Mario Laporta — 21/05/2021

L’Archivio di Stato di Napoli, storie del passato che ci accompagnano verso il futuro 

È il luogo che ci invoglia al ricordo, un luogo che conserva e ci riporta a nostro passato, immergendoci nelle vite dei nostri predecessori, ma è anche il luogo che ha deciso di puntare tutto sul futuro.
È l'Archivio di Stato di Napoli, che dal 1845 dimora nella storica sede in piazzetta del Grande Archivio, nel la splendida cornice del complesso monumentale dei SS. Severino e Sossio, un convento considerato tra i più importanti centri della spiritualità benedettina del Mezzogiorno.

L’Archivio di Stato si prepara a divenire la Casa delle Storie, un museo aperto ai racconti, alle avventure, alle testimonianze, agli eventi dei cittadini, preparato a offrire proposte culturali e artistiche nei suoi luminosi ambienti e nei meravigliosi chiostri affrescati. Tutto questo appena sarà ultimata l'operazione di restauro e consolidamento, un intervento particolarmente delicato che procede speditamente anche a dispetto dei rallentamenti subiti per i periodi di lockdown. Frenate che non ci sono stati invece per l'attività dello staff archivistico diretto dalla Dott.ssa Candida Carrino, equipe che, nel rispetto delle normative anticovid, ha continuato ad accogliere gli studiosi e i ricercatori non facendogli perdere la continuità nel prosieguo delle impegnative ricerche archivistiche.

Un team che ha saputo affrontare le difficoltà con dedizione, coadiuvato dalla vulcanica spinta dirigenziale e che vuole continuare a far conoscere il proprio lavoro e le bellezze degli ambienti dove operano quotidianamente, scrollandosi di dosso il vecchio concetto che relega gli archivi a luoghi polverosi frequentati da curvi studiosi senza alcuna familiarità alla socializzazione e a interessi che non siano quelli della ricerca.

Chi entra per la prima volta negli ambienti del monumentale archivio, non può non essere rapito dalle lame di luce che attraversano gli scaffali che ospitano faldoni, pandette e documenti che testimoniano i nostri ultimi 900 anni. Registri commerciali di mercanti e produttori di stoffe in seta, attestati di proprietà, documenti di espatrio, inventari delle case Reali, codici miniati e famosi come quello di Santa Marta, verbali di interrogatori della polizia fascista ai danni di partigiani e partigiane, una enorme sala intitolata alla casa reale, dove sono custoditi i documenti accertanti beni, testamenti, eredità e tenute terriere dei Borboni e dei Savoia. Sale intitolate a Torquato Tasso, che in quel convento dimorò, e a Filangieri in quello che fu l’ex refettorio dei benedettini, e poi i documenti finanziari dei regni e della repubblica. Plichi, fascicoli, cartelle, schede ovunque, ognuna al suo posto, che se si volessero mettere in fila tutte le documentazioni custodite si formerebbe un serpentone cartaceo di almeno 70 km; e questa cifra è sicuramente stimata per difetto. E non solo documenti, ma anche bilance, conservate nella sala della Sommaria, fotografie, libri, quadri e affreschi del 500 alle pareti del chiostro centrale e nelle sale, come quello della Sala Catasti, opera di Bellisario Carenzio, realizzato all’inizio del ’600.

Perdersi in questo dedalo che si sviluppa anche in altezza, riempendo tutti i piani dello storico edificio è naturale, anzi, scontato. I movimentatori, figure cardine dell’organizzazione archivistica, sono gli unici a conoscerne a fondo la variegata pianta, con il loro grandissimo senso dell’orientamento, riuscendo a muoversi velocemente tra le innumerevoli sezioni che compongono l’archivio.
I movimentatori, ossia coloro che dagli operatori della sala lettura prendono in carico le richieste che gli studiosi inoltrano per poter avere tra le mani i preziosi documenti da analizzare. Poi ci sono gli archivisti, coloro che a ogni documento che arriva (e ce ne sono di tantissimi che tuttora arricchiscono la nutritissima agenda da consultare, in base alle varie donazioni di cui l’Archivio è ricevente) esaminano, studiano, approfondiscono e catalogano, documento per documento, per poi inserire tutti i dati utili nell’immenso database a disposizione di tutti gli studiosi che ne faranno richiesta.

Entrare nell’archivio è come fare un viaggio nel passato comune di noi tutti, una entrata nelle storie personali, ma che insieme raccontano una comunità. Oggi questa istituzione è tesa anche alla apertura alla città, non solo agli studiosi, ma a tutta la città, con un progetto museale che vedrà mostre, eventi teatrali, iniziative accademiche, ma anche scolastiche e culturali dove tutti potranno immergersi e potranno raccontare prima di tutto se stessi. È in corso una mostra sul risorgimento greco, tra poco si inaugurerà una personale del compianto artista Oreste Zevola e poi, inserito nel Campania Teatro Festival, si susseguiranno le prove dello spettacolo della Compagnia La scena delle Donne, dirette da Marina Rippa.

L’apertura del giardino degli Aranci, uno dei 3 che insieme ai due chiostri all’interno del complesso sono di fatto una sorta di polmone verde adiacente al decumano inferiore, è il primo segno del nuovo percorso indicato dalla Direttrice, condiviso a piene mani dal suo staff, che ha lanciato la campagna Facciamoci Conoscere, un biglietto da visita presentato sui social e sul web per sfatare lo stereotipo impolverato che li ha voluti sempre accostare a un cliché che invece non rispecchiava una realtà che era ben diversa, fatta di passione e amore per un’attività che è da sempre al servizio della comunità.
Le professionalità che operano all’interno dell’Archivio di Stato hanno posato davanti all’obiettivo del fotografo, nei loro luoghi di lavoro da cui ci offrono la possibilità di richiamare alla memoria la nostra storia.
Luci, penombre, metodica conservazione e preciso posizionamento, angoli che salvaguardano introvabili documenti, scaffali in legno, metallo o alluminio, casellari che scandiscono i periodi e la vetustà dei documenti preservati, rimandano, a loro volta, l’amore e la cura con i quali sono gelosamente protetti. Non è solo carta, non sono solo documenti: in quel patrimonio ci siamo noi e la nostra storia, quella passata e quella che ci farà conoscere e casomai apprezzare dalle future generazioni.

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