Redazione Scabec — 18/06/2021

Guglielmo da Vercelli, il santo patrono d’Irpinia 

Irpinia, terra di acque sorgive e purissime che disegnano strade inaspettate e capillari che nei secoli hanno influenzato le migrazioni e lo stanziarsi delle popolazioni sul suo territorio. È da una migrazione, in fondo, che sembrano essere nati gli Irpini. Guglielmo da Vercelli è probabilmente l'"irpino" più famoso: qui trascorse buona parte della sua vita, apportando un contributo fondamentale alla religiosità locale.

La nascita degli irpini

Il popolo dei Sanniti, per affrontare il problema della sovrappopolazione, decise di adottare la pratica della primavera sacra (Ver Sacrum): consacrare tutti i nati di un anno al dio Marte e poi, quando giunti alla maturità, lasciarli partire per abitare nuove terre. Gli esuli si erano spostati non seguendo il letto di un fiume, ma un animale sacro, un lupo, che secondo la tradizione li condusse fino alla loro nuova patria, animale da cui presero anche il nome: Hirpos, lupo in osco.

Il movimento genera sempre un arricchimento, a distanza di secoli sarà un nuovo elemento esogeno a creare delle interessanti dinamiche socio-culturali. Un nomade, anche lui legato in vita alla figura di un lupo, che giunse in Irpinia e vi trascorse buona parte della sua vita, apportando un contributo fondamentale alla religiosità locale. Guglielmo da Vercelli, colui che molti secoli dopo la sua morte, il 25 giugno, viene onorato e celebrato, dal 1942 per volere di Papa Pio XII, come il santo patrono d’Irpinia.

Il pellegrinaggio di Guglielmo da Vercelli

Guglielmo fu un pellegrino nel significato medievale del termine, quello di viaggiatore religioso, di viandante, di chi spinto dalla fede si accinge a compiere un lungo cammino in cerca del Signore e della redenzione. Un peregrinare, insomma, alla ricerca di un luogo dove fosse possibile intercettare il sacro ed avere così la certezza di poter, dopo la morte, accedere al Regno dei Cieli.

Il fenomeno del pellegrinaggio generò un traffico inaspettato di gente, in quegli anni definiti da alcuni studiosi bui, e con essa di reliquie sacre, merce pregiata per gli stessi pellegrini che ne contribuirono lo spostamento da una città all’altra del Mediterraneo.

Guglielmo, nato nel 1085 a Vercelli, di nobile famiglia, alla sola età di quattordici anni decise di andare in pellegrinaggio a Santiago di Compostela, in Galizia. Dalla Spagna si mosse verso il sud Italia, con l’intento di raggiungere la Palestina. Imboccò, quindi, la via Francigena ed arrivò in Apulia, dove guarì un cieco, realizzando così il suo primo miracolo. Alcuni episodi lo allontanarono dal suo intento originario e lo condussero, invece, agli inizi del XII secolo, ad Atripalda (l’antica Abellinum) e da qui poi sul monte prospiciente, il monte detto Vergine, uno dei monti più alti della catena del Partenio (1480 metri), insieme al Monte Avella (1598 metri) e Monte Cieco Alto (1357 metri). Sul Monte, in cerca di solitudine e contemplazione, trascorse alcuni anni, ma la sua guida e il suo carisma fecero presto formare intorno a lui una una piccola comunità eremitica di donne e uomini, dedita alle regole della preghiera e del lavoro per la sola sopravvivenza.

La nascita del Santuario di Montevergine

Al 1124 risale la fondazione della chiesa, consacrata dal vescovo di Avellino, nel nome di Maria Vergine. La chiesa sarà il nucleo originario del Santuario di Montevergine, uno dei più importanti luoghi di devozione mariana del sud Italia, luogo dove trovò rifugio, in gran segreto, il 7 settembre 1939, la sacra Sindone: il “ lenzuolo” che avrebbe avvolto il corpo di Cristo prima della resurrezione e su cui si impresse l’immagine di tutto il suo corpo. L’Abbazia, tuttavia, aveva nei secoli ospitato già importanti reliquie, tra queste basta ricordare il corpo di San Gennaro che, per volere di Guglielmo I il Malo, nel 1154, lasciò Benevento e fu affidato alle cure dell’abate Alfiero, e qui vi rimase fino al 1497 quando il cardinale Oliviero Carafa lo fece trasferire a Napoli.

Da Montevergine al Goleto

Il santo pellegrino decise di lasciare la comunità che aveva fondato, tra il 1128 e il 1129, e si rimise in cammino alla ricerca di un nuovo spazio ameno in cui pregare in maniera contemplativa. I suoi passi leggeri furono accompagnati da una manciata di confratelli, passi che lo portarono prima al monte Laceno, presso Bagnoli Irpino, e poi al monte Cognato (Serra Cognata), per giungere infine presso una valle verdeggiante, bagnata dal fiume Ofanto, il Goleto di Sant’Angelo dei Lombardi. Nel 1133, qui, fonda un cenobio dedicato al Santissimo Salvatore, un vasto fabbricato destinato ad ospitare una comunità mista di monache e monaci, sottoposti all’autorità della Badessa. Celebri furono alcune delle badesse che si susseguirono alla gestione del complesso, molte appartenenti alle famiglie dell’aristocrazia meridionale, tra tutte ricordiamo la badessa Febronia, la prima, colei che diede il nome alla celebre Torre quadrata, costruita nel 1152, e che ancora oggi disegna il profilo inconfondibile del complesso abbaziale. Una torre realizzata con blocchi di pietra squadrati, in parte materiale di spoglio proveniente da un vicino monumento funerario romano dedicato a Marco Paccio Marcello.

Per otto anni Guglielmo visse al Goleto, guidando il nuovo gruppo formatosi e impartendo regole religiose e comportamentali. Nella notte tra il 24 e il 25 giugno esalò l’ultimo respiro ed il suo corpo rimase in quel monastero fino al 1807 quando, come “sacra reliquia”, fu traslata a Montevergine, quel monte dove, con l’aiuto di un lupo feroce da lui domato, aveva costruito la chiesa di Maria Vergine, o meglio conosciuta, nei secoli a venire, come la chiesa di Mamma Schiavona.

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