Redazione Scabec — 03/06/2021

Dodici Volti nel Volto, Christian Leperino in mostra al Duomo di Napoli 

Nel cuore antico e sacro della Cattedrale di Napoli fa il suo ingresso per la prima volta l’arte contemporanea con l’intervento dell’artista Christian Leperino, a cura di Alessandra Troncone, dal titolo “Dodici volti nel volto”, in occasione dei festeggiamenti del Santo Patrono nel mese di maggio.

La mostra

Prese le scale semicircolari poste sul transetto del duomo si accede alla cripta
di san Gennaro
, la cappella del Succorpo, al cospetto delle reliquie del santo che dal santuario di Montevergine ad Avellino vennero riportate a Napoli nel 1497 dal Cardinale Oliviero Carafa che eresse nel contempo la splendida architettura rinascimentale rivestita di marmo che si rivela ai nostri occhi lasciati gli ultimi gradini, oltrepassate le porte di bronzo.
Le dodici nicchie laterali lungo le pareti, rimaste vuote, destano nella mente dell’artista l’idea di ripensare ai dodici uomini che idealmente furono i pilastri su cui è eretta la Chiesa, i primi seguaci e discepoli di Cristo: gli apostoli. L’ultima cena di Leonardo, opera fondamentale della storia dell’arte d’Occidente, è riferimento imprescindibile per Christian Leperino che si confronta con la simmetria rinascimentale di uno spazio architettonico chiuso col soffitto a cassettoni, proprio come quello del Cenacolo vinciniano. L’occhio dell’artista contemporaneo ritrova nel grande maestro la profonda teatralità nelle espressioni. La forza drammatica dei volti lo avvicina anche al Caravaggio più napoletano, nella ricerca della verità espressa nel volto dei modelli senza filtri e che trae con la forza del gesto impresso nella materia di queste dodici sculture.

Da Caravaggio a Pasolini

Le incursioni nelle epoche non tralasciano il linguaggio del cinema, traendo ispirazione anche da poeti del nostro tempo come Pier Paolo Pasolini e la sua drammatica verità nel Vangelo secondo Matteo, film da lui diretto nel 1964.
Lo scultore realizza i busti in gesso partendo dai ritratti realizzati durante un laboratorio che ha visto coinvolti alcuni detenuti presso la Casa Circondariale di Poggioreale a Napoli. Lavora su volti semplici, volti così profondamente umani da travalicare il tempostorico. Il momento focale su cui riflette Christian Leperino è quello in cui Gesù dirà “In verità di vico: uno di voi mi tradirà” (Matteo 26, 14-25). L’artista vuole coinvolgerci in un cenacolo immaginario dove l’affermazione risuona centrale escende come lampo improvviso nel buio dell’inconsapevolezza dei discepoli: nelle nicchie, i volti degli apostoli ci osservano attoniti, come immobilizzati d’untratto. Stravolti dal tormento del dubbio, tutti appaiono intenti ad indagare nell’altro ed in sé stessi. Così la pelle della scultura appare scarnificata. Lo sguardo di ciascun ritratto incontra il visitatore con una fissità tale da sembrarecieco, in ascolto di un “oracolo interiore”.

Le dodici sculture, un'installazione diffusa

Ad accrescere il senso di destabilizzazione, tutti i busti non sono in asse ma fuori da esso. Non si ergono dritti come i busti in marmo della classicità ma pendono da un lato, la materia perde corpo ed equilibrio come l’anima di fronteal dispiacere. Di tutte le figure, l’unica a non sostenere il nostro sguardo è Giuda Iscariota. L’unica scultura ad avere una macchia dorata alla base, in ombra rispetto alle altre, nella nicchia a destra della cripta, alla cui base l’oro definisce i 30 denari ricevuti tradendo il suo Maestro. Lo scultore non manca di aggiungere un altro prezioso dettagli dettaglio: la corda, che tiene la tunica di Giuda sarà la stessa corda con cui si impiccherà, pentito. Il tradimento di Giuda è un gesto chiave affinché tutto si compia. Lo scultore usa l’oro proprio a sottolineare l’importanza del gesto oscuro all’interno del dramma, necessario al compimento di quanto era predestinato. Le dodici sculture, in dialogo tra loro, costituiscono un’installazione diffusa che traccia uncerchio immaginario che si apre a partire dalla scultura inginocchiata nella cripta, raffigurante il committente Oliviero Carafa in preghiera e si chiude nell’altare, coinvolgendo nel gioco di sguardi il visitatore e la città intera a cui le sculture sembrano chiedere colloquio, per ridisegnarne il futuro incerto.

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