Peppe Iannicelli — 28/01/2022

Enrico Caruso tra i capolavori del Museo Archeologico di Napoli 

Foto, disegni, incisioni originali accompagnano i visitatori alla scoperta del mito del grande tenore napoletano capace di conquistare gli Stati Uniti e il mondo con la sua voce.

Un’ala del Museo Archeologico Nazionale di Napoli ospita fino al 22 aprile l’esposizione “Enrico Caruso-Da Napoli a New York“.
È un viaggio straordinario nella vita dell’artista, attraverso 250 immagini fotografiche provenienti dal Metropolitan Opera Archive di New York, dalla Caruso Collection presso il Peabody Institute (Johns Hopkins) di Baltimora e dal museo Enrico Caruso di Villa Bellosguardo a Lastra a Signa (Firenze).

In particolare la curatrice Giuliana Muscio ha illustrato uno degli aspetti più importanti del successo universale di Enrico Caruso: aver conquistato, con un uso sapiente dei media e delle nuove tecnologie, gli Stati Uniti d’America ed il mondo intero grazie alla grande tradizione musicale italiana: il belcanto operistico e la canzone classica napoletana.

Enrico Caruso è la prima grande star musicale universale in virtù della coraggiosa decisione d’incidere la sua voce sui primi rudimentali dischi. La stragrande maggioranza dei suoi colleghi, in Italia ed all’estero, era estremamente diffidente nei riguardi di questi strumenti moderni d’incisione. Non riuscivano a credere che la voce potesse “esser catturata” da un supporto solido. Temevano che la registrazione potesse in qualche modo offuscarne la bellezza e la grandiosità.

“Ridi pagliaccio”

Enrico Caruso, al contrario, ne comprese immediatamente il grande potenziale divulgativo. L’incisione del suo cavallo di battaglia preferito – “Ridi pagliaccio” (Vesti la giubba, Pagliacci) – ha battuto tutti i record di vendite entrando in milioni di case, bar e circoli ricreativi. Visitando l’esposizione del MANN sarà possibile ascoltare queste preziose registrazioni originali che restituiscono intatte le emozioni dell’ascolto dell’artista. L'esposizione, che si avvale della consulenza musicale di Simona Frasca, musicologa e docente dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, propone anche un’ampia sezione dedicata ai cinegiornali ed al materiale audiovisivo dell’epoca attinto dagli archivi americani e dal fondo Setti della Fondazione Ansaldo.

Nell’ambito della mostra è prevista la proiezione del documentario Enrico Caruso: The Greatest Singer in the World, diretto da Giuliana Muscio e prodotto dalla Direzione Generale per gli italiani all’estero del Ministero degli Affari Esteri. Sono previste tre proiezioni giornaliere: alle 12.00, alle 16.00 e alle 18.00. 

“American Dream”, amori e spaghetti

Enrico Caruso aveva tutte le caratteristiche per diventare un “mito americano”. La sua storia è la testimonianza vivente dell’epopea del self-made man. Nato poverissimo e costretto a lavorare in una fonderia fin dall’infanzia, Enrico Caruso riuscì a far notare il suo talento artistico e musicale cantando in occasione di matrimoni e funerali celebrati nella chiesa di S. Anna alle Paludi (poco distante dall’attuale Stazione Centrale di Napoli). La scalata al successo si svolse impetuosa fino ai leggendari “fischi non fischiati” del Teatro di San Carlo: il pubblico in sala applaudì la sua esibizione, ma qualche critica malevola a quell’Elisir d’Amore portato in scena nel 1901 lo convinse a prendere il bastimento, come milioni d’emigranti italiani, e ad approdare a New York.

I suoi amori erano impetuosi come trame d’opera. La vita e l’arte di Enrico Caruso conquistavano le prime pagine dei rotocalchi. Una miscela perfetta per trasformare il magnifico tenore in un vero e proprio idolo. Gli Stati Uniti impazzirono per questo figlio di Napoli tributandogli un immenso successo artistico ed assicurandogli ricchezza. Una fama ricca di aneddoti gustosi: una stella appena scoperta intitolata al cantante o gli “spaghetti alla Caruso” conditi con pomodoro, cacio e verdure di stagione dei quali era golosissimo.

Dove il mare luccica

Una vita in prima pagina fino alla tragica morte avvenuta il 2 agosto del 1921. A nulla valsero le cure del medico santo Giuseppe Moscati ed il soggiorno sulla terrazza del golfo di Sorrento, cantata da Lucio Dalla. La vita del grande artista si spense, ma la sua voce continua ad emozionarci in quelle incisioni tremolanti e graffiate. La mostra è realizzata da Fondazione Campania dei Festival e Fondazione Film Commission Regione Campania, con il sostegno della Regione Campania e in collaborazione con il MANN e con l’Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi. Il catalogo della mostra, edito da “ad est dell’equatore”, potrà essere acquistato presso il bookshop del MANN.

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