Redazione Scabec — 23/06/2021

A Sud del Barocco, geografia di un tempo dell’arte 

Nel cuore del centro storico della città di Salerno, negli spazi della Pinacoteca provinciale che ha sede a Palazzo Pinto, ha luogo la mostra "A sud del Barocco" inaugurata il 20 Marzo e visitabile fino al 30 Giugno. L’antico edificio ci trasporta sin dal nostro ingresso in un tempo in cui il Sud d’Italia è stato crocevia di arte e linguaggi, una dimora itinerante aperta alla modernità e nello stesso tempo radicata nell’arcaico.

La mostra, visitabile fino al 30 giugno, suggerisce l’incontro di un territorio e di uno stile esponendo 30 capolavori del XVII secolo provenienti per gran parte da prestigiose collezioni private.
Il Meridione e lo stile Barocco, appunto, che traghettò tutte le arti nell’era moderna propagandosi dal Sud Italia al resto dell’Europa abbandonando il manierismo del tardo Cinquecento, moltiplicando le forme nella ricerca dello stupore, stravolgendo gli equilibri classici e ostentando movimento e metamorfosi incessanti. Nello stesso tempo il Barocco cerca la Natura con l’ambizione di partecipare alla sua potenza, rivelandone aspetti sempre nuovi e accostandone gli elementi più lontani, ricreandola senza sosta. Come in una proiezione di immagini, attraversando le sale della mostra, osserviamo il mondo fisico indagato nei suoi dettagli più segreti: corpi rigogliosi carichi di erotismo o al contrario in cupo disfacimento.

Nel solco del Caravaggio

Nella prima sala la scena si apre nel solco di Caravaggio, che arriva a Napoli nel 1606 già preceduto dalla sua fama. Tra i grandi caravaggeschi del Sud incontriamo Carlo Sellitto, primo seguace del maestro lombardo. In mostra il dipinto Salomè con la testa del Battista, citazione delle due versioni del Merisi oggi alla National Gallery di Londra e nel Palazzo Reale di Madrid, esposte nella sala Causa del Museo e Real Bosco di Capodimonte in occasione della mostra “Caravaggio Napoli” nel 2019. Carlo Sellitto riprende il soggetto caravaggesco della vecchia a rappresentare il mondo dell’etica, che ci invita fissandoci con sguardo cupo a riflettere sulla tragedia consumata per il vizio di Salomè che chiede la testa del Battista per capriccio.

Massimo Stanzione, che fonde nella sua pittura classicismo e caravaggismo, dipinge la medesima scena: stavolta è Salomè che, illuminata da un fascio di luce, si rivolge gelida e indifferente allo spettatore tenendo tra le mani la testa del Battista mentre la vecchia, pietrificata dall’orrore, si nasconde nel buio. Il pittore sarà un grande caposcuola a Napoli, epicentro del nuovo stile.

Proseguendo, il nostro sguardo incrocia gli occhi curiosi e vivi di un bimbo del popolo che veste la tunica in pelle animale di un San Giovannino, opera di Battistello Caracciolo, forse il più abile tra i pittori che intercettarono la rivoluzione pittorica di Caravaggio. Le emozioni sono indagate in una gamma che va dall'eroismo alla miseria, dalla dignità alla disperazione, come nella Vecchia orante di Francesco Fracanzano, originario di Monopoli, che attraverso un esasperato e talvolta brutale realismo, svela nelle mani e nel viso da contadina il dramma della vita nei volti di santi e martiri, appreso nella bottega napoletana di Jusepe de Ribera detto lo Spagnoletto. Ci ritroviamo poi al cospetto di un San Matteo vestito di una tunica dipinta con impasto terroso cui l’Angelo sta per dettare il Vangelo, opera di Giovanni Ricca, avido ricettore del nuovo naturalismo riberesco.

Coricato in un sonno agonizzante il San Sebastiano di Filippo Vitale carico di potentissima forza espressiva. La metafora diviene la figura retorica perfetta per esprimere l'intrinseca connessione di tutte le cose dietro il sipario del mondo, destando nel pubblico continuo stupore e lasciandolo attonito a riflettere sul senso profondo della vita, della sua celebrazione ma anche della sua vanità.
Un giovane Francesco Solimena che mette in scena una Allegoria dell’America, un brano pittorico ripreso dall’affresco con le Quattro parti del mondo che l’artista eseguì per il soffitto dell’appartamento di Carlo di Borbone nel Palazzo Reale, in occasione del matrimonio con Maria Amalia di Sassonia.

A chiudere la stagione formidabile del tardo barocco napoletano, il pittore pugliese Corrado Giaquinto dipinge il Trionfo di Giuditta, dove la sacerdotessa mostra fiera ad una folla terrorizzata la testa del nemico decapitato, il gigante Golia.

Dal sacro si passa al profano senza soluzione di continuità nelle linee sinuose e nell’incarnato di porcellana di Leda e il cigno del pittore cilentano Paolo de Matteis che chiude nel percorso di mostra il “Secolo d’oro” della pittura a Napoli, rivelandoci l’uomo-artista che scagliato ai margini di un universo di cui non ha più il controllo, non può che tentare di ripercorrerlo con l'immaginazione per rilanciarne l'infinito spettacolo, rivaleggiando a sciabolate di colore con la sua ricchezza.

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